Kijou: dal CD-ROM di una rivista anni '90 a cosplayer italiana a Valencia
Kijou fa cosplay dal 2008. Primo costume: Blair di Soul Eater, cucito interamente da sola. Ma il punto di partenza è ancora prima — un magazine in edicola chiamato Benkyō! con allegati CD-ROM pieni di articoli su manga, anime e cultura giapponese.
"Fu lì che iniziai ad avvicinarmi a questo mondo."
Chi ha una certa età sa esattamente di cosa parla. Quei dischetti allegati alle riviste erano portali verso mondi che prima di internet non avresti mai trovato altrove. Da lì non si è più fermata.
La conosco da anni, ci siamo incrociati su un vecchio network Twitch e poi dal vivo al Romics e al Novegro più volte. È il tipo di persona con cui parli online tutti i giorni su Discord e poi la ritrovi in fiera con un cosplay nuovo che non sapevi stesse preparando.
Kijou — foto dal profilo Instagram @kijou📷 Foto: @madslab_studio
Artista. Punto.
Tre parole per presentarsi: artista, meme, sognatrice. Una combinazione che dice tutto su chi è Kijou — qualcuno che prende il cosplay sul serio senza prendersi troppo sul serio.
"Amo craftare e sfidarmi con parrucche impossibili, passare ore davanti allo specchio a provare il make-up di ogni personaggio e recitare le sue parti per immedesimarmi il più possibile. Credo che possa definirmi semplicemente un artista perché cerco di dare il meglio di me in ogni personaggio."
Il processo di immedesimazione è totale: non si tratta solo di costume e trucco, ma di capire il personaggio dall'interno, di abitarlo. Una cosa che si vede nei suoi cosplay dal vivo — non interpreta il personaggio, ci entra dentro.
Una famiglia di sarti (fortunata)
C'è un dettaglio della sua storia che non tutti conoscono e che spiega molto: Kijou ha imparato a cucire da suo padre e da sua nonna sarta. I dettagli li faceva con sua madre. Le parrucche le sistemava con sua sorella.
In un mondo dove molti cosplayer partono da zero senza nessuno che insegni loro la base, avere una famiglia che supporta attivamente — e che ha le competenze per farlo — è una fortuna che riconosce apertamente. Ha costruito tutto su quella base.
I cosplay del cuore: quando un personaggio ti trova
Aki di Chainsaw Man e Mafuyu di Given. Due personaggi che hanno perso qualcuno di importante. Kijou li porta nel cuore per lo stesso motivo — anche lei, in età adolescenziale, ha vissuto una perdita che l'ha cambiata in modo profondo.
Non aggiungo altro. Ci sono cose che si capiscono senza spiegarle, e questa è una di quelle. Quello che posso dire è che il cosplay come strumento per elaborare, per avvicinarsi a parti di sé che fanno paura — è una delle dimensioni più vere di questo mondo, e spesso la meno raccontata.
Il makeup è una delle specialità di Kijou — ore davanti allo specchio per ogni personaggio📷 Foto: @madslab_studio
Un anno per Sombra. Sei mesi solo per il vestito.
Sul fronte tecnico, Kijou è della scuola della gomma EVA — materiali tradizionali, lavorazione a mano, soddisfazione personale che una stampante 3D non riesce a replicare allo stesso modo. E ha una visione interessante sulle differenze tra scuole: l'Italia storicamente è fortissima nelle armature, eredità di una tradizione che parte dal cartone e dalla vetroresina. La Spagna invece eccelle nella sartoria e nel trucco. Livello tecnico complessivo? Pareggio.
Il cosplay più lungo? L'armatura di Sombra di Overwatch. Un anno di lavoro. E la parte più sottovalutata di tutto il processo?
"Spesso si sottovalutano alcuni dettagli, come la comodità e soprattutto LE SCARPE."
Le scarpe. Scrivetevelo da qualche parte se state iniziando — la comodità non è un optional quando devi stare in piedi tutto il giorno in fiera.
Per i progetti importanti, il suo metodo è preciso: schedule, date di scadenza, sei mesi dedicati solo al costume prima ancora di pensare al resto. Una disciplina che in pochi hanno davvero.
Un cosplay completo di Kijou — mesi di lavoro dietro ogni dettaglio📷 Foto: @totoroph
La community italiana: gruppi segreti e ossessione per i numeri
Sulla community italiana Kijou non usa mezzi termini — e quello che racconta va ben oltre il solito "c'è troppa negatività."
In Italia se non segui la moda del momento — ieri Genshin Impact, oggi Demon Slayer, domani il K-pop — vieni semplicemente ignorato. Se sei adulto ti dicono che sei troppo vecchio per fare cosplay. Se sei giovane ti dicono di andare a studiare. E poi ci sono i gruppi. Gruppi segreti, organizzati appositamente per rovinare la reputazione di altri cosplayer. Cyberbullismo coordinato, flame sistematico.
Non è semplice tossicità da social — è una struttura organizzata per fare del male.
In Spagna i cosplayer adulti aiutano i giovani e viceversa. Non esiste un'età giusta o sbagliata per fare cosplay. Punto.
Valencia, la metropolitana e le signore anziane
Da gennaio 2024 Kijou vive a Valencia. E l'evento che le è rimasto più nel cuore non è una convention enorme — è il Salón del Cómic di Valencia, che descrive come un ambiente incredibilmente accogliente e familiare fin dal primo anno.
La differenza con l'Italia si sente anche fuori dalle fiere. In Italia i cosplayer subivano bullismo per strada. A Valencia prende la metropolitana in cosplay e le signore anziane le fanno i complimenti.
Non serve aggiungere altro.
Sul fronte professionale, in Spagna è concretamente più facile lavorare come cosplayer — c'è supporto anche a livello istituzionale, cita il Comune di Valencia come esempio. In Italia si viene chiamati in TV solo per fare colore o perché "è di moda". I grandi talenti italiani per avere successo devono andare all'estero. Non è un caso.
I concorsi: la differenza che non si vede da fuori
Un altro capitolo dolente sono i concorsi italiani. Kijou li critica apertamente: nessun dialogo con i giurati, pubblico silenzioso o disinteressato, camerini inadeguati, e — la cosa più frustrante — vincono sempre le stesse persone. Il risultato è che molti partecipanti perdono semplicemente la motivazione a gareggiare.
All'estero funziona diversamente. Staff che porta cibo e acqua ai concorrenti. Sistema di pre-giuria attento e professionale. Supporto continuo durante l'evento. Non è solo organizzazione — è rispetto per il lavoro che c'è dietro un cosplay.
Il fail più epico: dimenticarsi il cosplay a casa
Tra tutti i fail che ho raccolto in queste interviste, questo è probabilmente il più elegante nella sua semplicità:
"Dimenticarmi il cosplay a casa e arrivare all'evento cancellandomi dalla gara."
Fine. Non c'è altro da aggiungere. La gara annullata, il viaggio fatto, il cosplay sul letto di casa. Chapeau.
La stessa persona che al Romics mi ha convinto a comprare "solo una" papera di gomma — sessantaquattro papere dopo sono ancora qui a farci i conti — ha dimenticato il cosplay a casa. Nessuno è perfetto.
Kijou in azione — shooting e sessioni fotografiche sono il suo habitat preferito📷 Foto: @kernel.visuals
I numeri sono solo numeri
"Non avere paura. Ci saranno sempre persone che potranno criticarti, tuttavia il cosplay è una delle espressioni più belle di arte. Se ti piace, ti fa sentire bene, ti rende soddisfatto, non fermarti se arrivano solo due likes. I numeri non sono più importanti della tua crescita personale. Sono solo numeri."
Vale per il cosplay. Vale per YouTube. Vale per qualsiasi cosa tu stia costruendo online aspettando che qualcuno se ne accorga. I numeri arrivano o non arrivano, ma quello che impari facendo le cose rimane sempre. Me l'ha insegnato anche lei, indirettamente, quando mi ha convinto a fare Fat Thor — "dai fallo, che vuoi che succeda." E aveva ragione.
Dove seguirla
Kijou è su Instagram — e se volete vedere cosa sta combinando a Valencia tra Attacco dei Giganti, Gachiakuta e il sogno dell'armatura di Mulan, è il posto giusto:
📸 Instagram:@kijou
Le foto nell'articolo sono dai suoi profili — i crediti ai fotografi li trovate nelle didascalie sotto ogni immagine.
E prima o poi vado a trovarla. Quando divento ricco.